E Fini divenne interessante

Improvvisamente, domenica mattina 22 marzo, Gianfranco Fini è diventato interessante. Gli donano le occasioni solenni. Per la verità a Fiuggi, alla fondazione di Alleanza nazionale, nel gennaio del 1995, trovò la parola giusta, di una radicalità religiosa, quando disse che lui e i suoi abbandonavano la casa del padre per non farvi più ritorno.
23 MAR 09
Ultimo aggiornamento: 04:32 | 19 AGO 20
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Una volta flirtava con D’Alema per sbarrare la strada a Berlusconi, un’altra volta faceva una lista solitaria con Mariotto Segni e Marco Taradash per guadagnarsi una generica etichetta liberale, poi i giri di valzer con e contro Casini, le sparate law & order con Bossi, l’abbraccio a un laicismo etico senza la fatica dell’argomentazione, l’incomprensione stizzita dello strappo del “predellino”, giusto prima dell’allineamento che lo porterà un anno fa alla presidenza della Camera come effetto del plebiscito del 13 aprile; perfino nella tappa decisiva della sua esistenza politica, il viaggio in Israele del 2003, Fini riuscì a irritare per un eccesso di ostentazione che sapeva di utilitarismo spicciolo pur tra immagini di pentimento clamorosamente significative e atti di riforma della memoria straordinariamente rilevanti. Quel leader sembrava lavorare solo con terra di riporto, e manteneva un rapporto ambiguo sia con il passato sia con il futuro.
Delle due l’una: o questi giudizi erano ingenerosi, ciò che è possibile, oppure è nato domenica scorsa un Fini diverso, e anche questo è plausibile. Riconosciuta senza patemi d’animo la leadership di Berlusconi nella nuova e strana creatura che sta per nascere, il Popolo della libertà, Fini ha tenuto un eccellente discorso politico. Ha mollato tutto di quella che un commentatore acuto come Angelo Mellone definisce “manutenzione della memoria”. Fini si avventura solitario nel nuovo partito, accompagnato in disordine sparso da una combriccola di vecchi amici abbastanza berlusconizzati o ancora legati all’ideologia identitaria: non è più genericamente di destra, non è più legge e ordine, il presidenzialismo va con il rafforzamento all’americana del ruolo del Parlamento, un partito moderato deve essere partito della nazione piuttosto che partito personale, e deve avere in sé pluralismo e gusto della libertà. L’etica è quella della destra storica: doverista, responsabile, legata al senso dello stato. Il metodo è il dialogo rispettoso, l’emulazione con l’avversario sul terreno delle idee, dopo il tramonto dell’egemonia culturale della sinistra. Complimenti. E un consiglio al Cav.: quel ragazzo ha infine trovato un suo modo di essere, trattarlo con rispetto è la scelta giusta.